Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale

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Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale esprime preoccupazione per alcune opzioni di politica sanzionatoria penale profilate nel “Contratto del Governo del cambiamento” e ora in corso di progressiva attuazione, rilevando l’opportunità che le legittime scelte politiche della maggioranza parlamentare tengano conto del quadro costituzionale e delle indicazioni provenienti dalle consolidate acquisizioni delle scienze penalistiche.

In particolare, si auspica che il tema della sicurezza dei cittadini non sia affrontato esclusivamente, né prevalentemente, sul terreno della pena carceraria: le rilevazioni criminologiche mostrano infatti che il carcere, più di ogni altra tipologia sanzionatoria, genera recidiva, e mette quindi a repentaglio la sicurezza dei cittadini. Di qui l’esigenza di fare ricorso alla pena carceraria solo in quanto appaia assolutamente necessaria, per mancanza di altri strumenti sanzionatori in grado di rispondere altrettanto efficacemente a un determinato fenomeno criminale.

Inoltre, nei limiti in cui il carcere appaia strumento indispensabile di tutela della collettività, si richiama l’attenzione sull’opportunità che in carcere siano previsti alcuni spazi per scelte responsabili del detenuto, così da creare condizioni di vita reclusa progressivamente sempre più prossime, nei limite del possibile, a quelle alle quali il condannato farà ritorno, una volta espiata la pena: di questa esigenza si dovrebbe tener conto, allorché si procedesse, come prospettato nel Contratto di Governo, a rivedere e modificare il protocollo della sorveglianza dinamica e del regime penitenziario aperto.

Un fondamentale apporto alla reintegrazione sociale del condannato a pena carceraria, secondo quanto previsto dall’art. 27 co. 3 Cost., può venire inoltre da un equilibrato dosaggio tra flessibilità della pena in fase esecutiva e certezza dei criteri di adeguamento ai progressi compiuti dal condannato in un percorso di graduale ritorno alla società libera. Va sottolineato che i tassi di recidiva di chi ha scontato la pena, in tutto o in parte, nella forma di una misura alternativa al carcere sono di gran lunga inferiori a quelli che si registrano tra coloro che hanno scontato la pena per intero tra le mura carcerarie.

Chi abbia a cuore la sicurezza dei cittadini e una vita sociale ordinata dovrebbe dunque guardarsi, a nostro avviso, dalla tentazione di demonizzare le misure alternative e in genere le pene non carcerarie: a dispetto di pregiudizi diffusi nell’opinione pubblica, meno carcere può significare più sicurezza per i cittadini.

L’esigenza di fare ricorso a pene non carcerarie appare inoltre avvalorata dal fenomeno del sovraffollamento nelle carceri, che – messo temporaneamente sotto controllo, per effetto di una serie di interventi di riforma, tra il 2013 e il 2015 – torna ora a profilarsi a ritmi incalzanti: né una definitiva soluzione del problema potrà venire soltanto dalla costruzione di nuovi istituti penitenziari, secondo una strada già intrapresa senza successo nel recente passato.

Quanto infine al regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis ord. penit., si segnala che i problemi prospettati da tale disciplina non possono esaurirsi in una ricerca di “effettivo rigore”, come si afferma nel Contratto di Governo, ma riguardano piuttosto la ridefinizione dei contenuti della misura alla luce di effettive esigenze di ordine e di sicurezza: le uniche, secondo quanto sottolineato di recente dalla Corte costituzionale, in grado di legittimare particolari restrizioni di libertà, oltre quanto previsto per la normale condizione del detenuto.


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